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Analizziamo la sentenza 11157/2019 in cui viene affrontato il ricorso di un DdL e di un DL-CSE condannati a seguito di un infortunio mortale originato da una manovra di un mezzo di lavoro nell’area esterna al cantiere. Fino a dove arrivano le responsabilità per la zona di ingresso al cantiere?.

IL FATTO

Nel giugno dell’anno 2007 durante il passaggio di un pedone sul marciapiede attiguo al cancello di entrata secondaria di un Istituto Superiore in Vasto, quest’ultimo veniva colpito da un mezzo d’opera in manovra intento ad accedere allo stesso cancello di ingresso. Si originava così la morte del pedone per gravi traumi originati dallo scontro e il giudizio e relativa sentenza per il guidatore del mezzo (omicidio colposo commesso in violazione delle norme stradali).

PROCESSO E MOTIVI RICORSO

Venivano imputati e condannati inoltre:

  • PG quale Legale Rappresentante, direttore tecnico di cantiere e responsabile della sicurezza del cantiere dell’impresa P.G. s.p.a. appaltatrice dei lavori nella zona retrostante l’istituto superiore;
  • SM quale DL e CSE.

Il ricorso in Cassazione presentato dal Legale Rappresentante, ha un solo motivo fondante, la mancata valutazione da parte della Corte di Appello rispetto ad alcuni argomenti difensivi riportati nell’atto di impugnazione.

A seguito delle risultanze processuali di due co-imputati poi assolti, il conducente del mezzo sarebbe dovuto transitare da altro accesso al cantiere e dunque l’evento di era originato proprio per questa iniziativa e di un utilizzo abusivo della via di accesso provvisoria al cantiere. Questo a dimostrazione di come il Legale Rappresentante dell’impresa appaltatrice non avesse alcuna posizione di garanzia.

Propone ricorso in Cassazione anche il DL-CSE anch’egli con un unico motivo, relativo anche questo ad una errata valutazione da parte della Corte d’Appello, relativamente all’assoluzione dei co-imputati.

La Corte ha infatti ritenuto erroneamente che “l’assoluzione si fondasse sull’assenza di un obbligo giuridico di adottare misure prevenzionistiche per il cantiere in argomento; infatti nei confronti del C. (uno dei due co-imputati assolti – ndr.) si è esclusa l’esistenza di un nesso di causalità tra la sua condotta e l’evento

La Corte d’Appello, travisando la prova, ha asserito che era assente in loco la cartellonistica di avviso, fatto questo smentito da quattro testi. Inoltre il CSE sostiene che:

  • il posizionamento di ulteriore cartellonistica non poteva evitare comunque l’evento infortunistico;
  • il passaggio su cui è avvenuto l’incidente mortale era l’unico accesso carrabile all’Istituto ed era utilizzato quotidianamente dai mezzi di cantiere;
  • come coordinatore, non può essere titolare di una posizione di garanzia su un luogo lontano dal cantiere.

DIRITTO

La Suprema Corte di Cassazione ritenendo i motivi del ricorso fondati, precisa che la Corte di Appello ha effettivamente errato nelle valutazioni alla luce anche delle risultanze del procedimento originato per i due imputati.

Rimarca la Cassazione che il pedonevenne investito dal mezzo che, dalla pubblica via, stava entrando nell’area direttamente interessata dai lavori” mentre ella “transitava sul marciapiede attiguo al cancello d’entrata secondaria dell’istituto scolastico dove erano in corso lavori di edificazione di un nuovo complesso edilizio“.

La Corte di Appello ha ritenuto che l’Impresa Appaltatrice e il CSE dovevano interdire il transito pedonale in prossimità della zona di accesso dei mezzi pesanti al cantiere retrostante l’Istituto Superiore o comunque dare ai pedoni un’opportuna allerta di pericolo tramite una corretta informazione, in ottemperanda a quanto indicato dall’art. 96 del D.Lgs. 81/2008.

Il cantiere oggetto della sentenza, posizionato nel retro dell’Istituto Superiore risultava recintato e quindi con un accesso proprio sulla recinzione facilmente individuabile.

Al fine di evitare il paradosso che tutta la pubblica via diventi un accesso continuativo al cantiere si può sostenere come non si possa definire zona di accesso al cantiere l’area esterna al varco che non sia nella piena disponibilità del Datore di Lavoro “chiamato a gestire i rischi derivanti dal transito attraverso l’accesso al cantiere.

MANCATA SEGNALETICA

Il Datore di Lavoro avrebbe però dovuto predisporre idonea segnaletica di avviso sia per la zona di accesso sia per la recinzione con “modalità chiaramente individuabili” sulla scorta di quanto indicato dall’art. 96 del D.Lgs. 81/2008. Dal giudizio di merito emerge come il Datore di Lavoro non abbia adempiuto a tale obbligo ma appurato ciò “sarebbe stato necessario accertare anche la cd. causalità della colpa; ovvero verificare che la condotta doverosa, qualora posta in essere, avrebbe evitato l’evento illecito”.

La Corte d’Appello ha affermato in modo lapidario come la colpa dell’evento fosse riconducibile alla sola mancata limitazione di accesso al cantiere, che però risulta essere in contrasto con gli obblighi richiamati all’art. 96 (segnaletica, non chiusura dello spazio). Con riferimento al CSE questi era tenuto ad “attuare le prescritte misure di sicurezza e a disporre e ad esigere che esse siano rispettate“.

L’approccio della Corte d’Appello “avvia rapidamente alla fondazione del rimprovero penale sulla mera responsabilità oggettiva” con riferimento alla consolidata giurisprudenza sul tema:

Sez. 4, n. 24462 del 06/05/2015 – dep. 08/06/2015, Ruocco, Rv. 264128

La titolarità di una posizione di garanzia non comporta, in presenza del verificarsi dell’evento, un automatico addebito di responsabilità colposa a carico del garante, imponendo il principio di colpevolezza la verifica in concreto sia della sussistenza della violazione – da parte del garante – di una regola cautelare (generica o specifica), sia della prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso che la regola cautelare violata mirava a prevenire (cosiddetta concretizzazione del rischio), sia della sussistenza del nesso causale tra la condotta ascrivibile al garante e l’evento dannoso.

Sez. 4, n. 12478 del 19/11/2015 – dep. 24/03/2016, P.G. in proc. e altri in proc. Barberi e altri, Rv. 267813

L’individuazione di una posizione di garanzia non esaurisce l’indagine sul piano obbiettivo, dovendo ancora essere individuata la regola cautelare che integra e delimita l’ampiezza della posizione gestoria. Essa non può rinvenirsi in norme che attribuiscono compiti senza individuare le modalità di assolvimento degli stessi, dovendosi, invece, aver riguardo esclusivamente a norme che indicano con precisione le modalità e i mezzi necessari per evitare il verificarsi dell’evento.

Per tali motivi la Cassazione annulla la sentenza con rinvio per nuovo giudizio alla Corte d’Appello.

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