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Analizziamo la sentenza n. 9293/2018 della Sezione IV della Corte di Cassazione; la suprema Corte si esprime sul ricorso di un CSE condannato per non aver verificato l’idoneità del POS.

Ricorre in Cassazione il CSE rispetto alla sentenza della Corte d’Appello che parzialmente riformava quella del Tribunale di Torino con una pena in relazione al reato di omicidio colposo ascritto, nella misura di mesi quattro di reclusione.

Il CSE ricorre evidenziando come “una più accurata attività di verifica e di coordinamento del POS della ditta datrice di lavoro del dipendente infortunato, non sarebbe stata in grado di prevenire il tragico evento” (cit.) nella considerazione che al dipendente infortunato non era stata data opportuna formazione ed informazione visto che lo stesso non era da annoverarsi tra le maestranze della Ditta.

Questo motivo viene ritenuto dalla Cassazione assolutamente infondato, generico e privo di critica verso l’operato della Corte d’Appello che aveva prodotto motivazioni logiche e non contraddittorie; inoltre sempre la Corte d’Appello aveva correttamente inquadrato gli obblighi inerenti il ruolo di CSE tra i cui adempimenti è previsto:

-la verifica del POS relativamente a rischi di natura interferenziale;

-la verifica dell’idoneità del POS rispetto ai dettami del PSC.

La Cassazione evidenzia come la Corte d’Appello abbia tenuto conto correttamente del fatto che se il POS (risultato carente rispetto ai punti precedenti) fosse stato prontamente analizzato dal CSE sarebbe stato ritenuto non idoneo; la correzione del documento avrebbe “determinato lo svolgimento delle operazioni, cui era stato addetto il lavoratore, in condizioni di maggiore sicurezza” (cit.) con una previsione di attrezzature e procedure di lavoro tali da prevenire l’infortunio a prescindere dal grado di informazione e formazione dei lavoratori.

“il coordinatore per la sicurezza, sulla base degli obblighi previsti dalla legge, avrebbe potuto e dovuto richiamare il datore di lavoro a conformarsi anche al piano di sicurezza e coordinamento e, in caso di inadempimento, ad esercitare le prerogative che pure gli erano proprie di natura inibitoria”

La Cassazione conferma dunque la bontà della sentenza emessa dalla Corte d’Appello ritenendo la stessa “logica e congrua” (cit.); l’infortunio aveva avuto origine dalla “complessiva organizzazione della lavorazione e al mancato rispetto delle regole che l'avrebbero dovuta disciplinare e conseguentemente, nell'ambito dei poteri che gli erano propri, ad un difetto di vigilanza e di coordinamento del soggetto all'uopo preposto” (cit.).

Ritiene dunque il ricorso del CSE inammissibile.

F.to Redazione Tecnica

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