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Analizziamo la sentenza n. 8596/2018 della Sezione IV della Corte di Cassazione, per le posizioni inerenti la direzione lavori e il coordinatore sicurezza relativamente all’infortunio mortale di un operaio originato da un crollo di un muro.

IL FATTO

Avveniva un infortunio mortale durante le operazioni di rinterro di un muro di sostegno in c.a. “ciclopico” originato dal crollo di quest’ultimo; la struttura era eseguita con carenze di tipo progettuale e senza le opportune autorizzazioni urbanistiche.

Venivano condannati dalla Corte di Appello di Milano il Titolare della Ditta esecutrice che ricopriva anche il ruolo di capo cantiere (posizione che non viene commentata) e:

F.P. quale direttore dei lavori (poi dimesso); S.F. quale coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione CSE e successivamente direttore dei lavori (in subentro a F.P.).

Ad entrambi i professionisti viene imputato di “non aver vigilato sull’opera affinchè venisse realizzata secondo quanto previsto dall’art. 2 L. 1086/71” (cit.). Secondo la Corte territoriale FP come primo DL non poteva non sapere della realizzazione di un’opera così imponente e difforme al suo progetto originario; il professionista non doveva consentire tale realizzazione intervenendo con una imemdiata sospensione dei lavori in attesa della nomina di un progettista strutturale e delle relative autorizzazioni urbanistiche.

Il CSE, divenuto in un secondo momento anche DL, andava a ricoprire tale ruolo “sostanzialmente al fine di controllare la "sicurezza" dell'ambiente di lavoro, e quindi con una precisa posizione di garanzia” (cit.); nonostante questo, secondo la Corte d’Appello, il professionista non si sarebbe attivato per verificare “per verificare la bontà di quella specifica opera sotto tutti i profili, ivi compresa la sicurezza dei lavoratori” (cit.)

Se avesse correttamente adempiuto al suo compito avrebbe dovuto lui stesso sospendere i lavori per pericolo grave ed imminente a causa del probabile crollo del muro.

Al CSE viene anche imputato del mancato aggiornamento PSC prima della realizzazione del muro e di conseguenza anche il POS.

MOTIVI DEL RICORSO DEL DL

Si evidenzia come erroneamente la Corte d’Appello riporti in sentenza sia il fatto di non essere intervenuto tempestivamente con una sospensione dei lavori, sia di aver inviato una comunicazione con la quale ordinava l’immediata sospensione di qualsiasi attività nel cantiere in questione; alla data dell’infortunio mortale i lavori risultavano dunque sospesi e la comunicazione era comunque stata inviata prima della costruzione del muro ciclopico così come confermato dalle fotografie allegate agli atti e da una un testimone. Dunque il muro era stato eretto proprio durante il periodo di sospensione dei lavori, “questione fatta oggetto di specifico motivo di gravame, in ordine al quale la Corte territoriale ha omesso di pronunciarsi” (cit.).

MOTIVI DEL RICORSO DEL CSE

Per la tipologia di incarico sottoscritto (CSE) l’architetto SF non era il destinatario della norma incriminatrice (art. 2 L. 1086/71) “con conseguente esclusione della colpa specifica contestata in relazione al reato di omicidio colposo” (cit.);

la responsabilità professionale in merito alla parte strutturale doveva essere riconducibile a altro professionista, all’uopo incaricato.

 La mancata sospensione dei lavori per pericolo grave ed imminente (probabile crollo della struttura) non è riconducibile ai compiti del CSE; inoltre quando lui stesso aveva ricevuto l’incarico quale DL (in subentro) le opere risultavano comunque ancora sospese e il committente aveva escluso l’impresa esecutrice dal cantiere che non aveva  in quel momento altri soggetti esecutori attivi.

E’ evidente anche il “travisamento della prova” (cit.) nel momento in cui la Corte d’Appelo evidenzia in sentenza il mancato aggiornamento del PSC e del POS.

DIRITTO

La Cassazione analizzando le doglianze presentate dai professionisti evidenzia come le posizioni degli stessi debbano essere trattate congiuntamente. La sentenza della Corte d’Appello che è stata impugnata dal DL e dal CSE (poi DL in subentro) evidenzia aspetti di indubbia contraddittorietà “se da un lato si addebita al F.P. di non essere intervenuto per ordinare la sospensione della costruzione del muro, dall'altro si dà atto che lo stesso F.P., ad aprile, quindi due mesi prima che il muro fosse terminato, aveva ordinato la sospensione di qualsiasi attività nel cantiere” (cit.).

La sospensione dei lavori ordinata da FP (DL #1) si riverberava anche sul CSE che non aveva nessuna necessità si ordinare una ulteriore sospensione; la Cassazione ritiene dunque doveroso annullare la sentenza impugnata rinviando alla Corte d’Appello di Milano per un nuovo esame.

F.to Redazione Tecnica

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