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Gli obblighi di formazione che gravano sul DdL verso i propri dipendenti sono inversamente proporzionali al loro Titolo di Studio?. Questo, in sintesi, l’argomento trattato dalla Cassazione nella sentenza n. 39732/2019 dove viene condannato dalla Corte di Appello di Brescia, per il reato di lesioni colpose commesso in violazione delle norme in materia di infortuni sul lavoro, l’Amministratore Delegato della Ditta XXX per cui andava ad operare il lavoratore poi infortunato con ustioni di 2° e 3° grado agli arti superiori ed al volto.

Nello specifico il DdL veniva condannato per la violazione degli articoli:

  • 77 comma 3 del D.Lgs. 81/2008;
  • 36 comma 2 del D.Lgs. 81/2008;
  • 37 comma 1 del D.Lgs. 81/2008;
  • 82 comma 1 del D.Lgs. 81/2008;

Il lavoratore infortunato era stato incaricato di mettere in funzione un inverter; a seguito di quotidiane difficoltà tecniche l’installazione occupava il lavoratore (dotato di Laurea in Ingegneria) per alcuni giorni. Proseguendo nelle difficoltà tecniche il giorno 18 maggio 2011 l’Ingegnere chiedeva aiuto dapprima ad un dipendente del committente e via telefono al suo tutor aziendale, riuscendo ad individuare l’origine del problema. Durante le successive misurazioni di controllo sulle apparecchiature l’Ingegnere subiva un elettrocuzione generata da un arco elettrico. Il lavoratore non era dotato di idonei DPI previsti per i lavori sotto tensione e non era stato formato per questo tipo di interventi.

MOTIVI DEL RICORSO

Il DdL propone ricorso in Cassazione sostenendo in primis che il ragionamento proposto dai Giudici di merito sia da ritenersi errato visto il collegamento che gli stessi giudici fanno tra l’assenza di DPI e le lesioni sofferte dal lavoratore. La sentenza di Appello ha, secondo il DdL ricorrente, alcuni punti motivazionali errati o non considerati nel modo corretto:

  1. Non è irrilevante il fatto che non sia stata individuata la causa dell’arco elettrico (nesso causale), avendo il contenier problematiche sui morsetti, ben riscontrabili dall’esterno;
  2. Si ritiene che qualsiasi “la semplice presenza di un flusso di corrente elettrica in un impianto qualifichi qualsiasi attività svolta come lavoro “sotto tensione“, contrariamente a quanto indicato dalla nota all’art. 3.4.4 EN 50110-1 che chiarisce come “il lavoro sotto tensione viene eseguito dal lavoratore quando entra a contatto con le parti attive nude (ossia a contatto diretto con fili elettrici). Dunque l’operatività del lavoratore non poteva ritenersi sotto tensione.
  3. Il tipo di lavoro poteva essere effettuato da un PES e da un PAV (l’Ingegnere poteva rientrare in tale categoria).

DIRITTO

La Cassazione ritiene i motivi del ricorso infondati, a partire da fatto che le sentenze di primo e di secondo grado si integrano vicendevolmente, formando un unico percorso logico-argomentativo che, nel caso in esame appare congruo ed adeguato, oltre che giuridicamente corretto. Con riferimento al primo motivo di ricorso, la teoria dell’aumento del rischio è frutto di un’interpretazione della difesa che non può essere condivisa, a maggior ragione considerato che la stessa teoria è stata definitivamente ripudiata.

 la verifica della causalità deve essere effettuata alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica

(Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Rv. 222138 – 01)

I giudici di merito non hanno sostenuto la responsabilità oggettiva del DdL e la motivazione data dagli stessi è immune da censure. La reale attività del lavoratore infortunato non era la misurazione di corrente ma la messa in funzione dell’apparecchiatura; l’ampiezza del mandato ricevuto dal lavoratore, supera la normativa di settore richiamata dalla difesa al punto due dei motivi del ricorso.

In ultima analisi riferita al punto 3 dello stesso ricorso “non vi è nessuna ragione di esclusione della responsabilità del datore di lavoro che possa essere fatta discendere dalle qualità del proprio dipendente (titolo di studio e pregresse esperienze maturate). Il livello di esigibilità degli obblighi di formazione e informazione non si attenua in virtù del titolo di studio del lavoratore e della sua preparazione personale“.

In tema di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, l’adempimento degli obblighi di informazione e formazione dei dipendenti, gravante sul datore di lavoro, non è escluso nè è surrogabile dal personale bagaglio di conoscenza del lavoratore, formatosi per effetto di una lunga esperienza operativa, o per il travaso di conoscenza che comunemente si realizza nella collaborazione tra lavoratori, anche posti in relazione gerarchica tra di loro”). Anche con riferimento a tale profilo, la Corte di merito ha risposto con puntualità, escludendo che il titolo di studio conseguito dal dipendente potesse sostituire il “formale riconoscimento di quelle specifiche qualifiche necessarie per operare sugli impianti sotto tensione

Sez. 4, n. 22147 del 11/02/2016, Rv. 266860 – 01

 

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