CASSAZIONE: SENTENZA SU STUPRO SARA’ SEPPELLITA. GIUDICI DI CAGLIARI HANNO SPAZIO PER RIMEDIARE A NOSTRO ERRORE
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Il ruolo attivo nella filiera della sicurezza in cantiere del datore di lavoro, direttore di cantiere e coordinatore sicurezza contrapposto alla negligenza del lavoratore. Vediamo dove pende la responsabilità nel caso di infortunio analizzando la sentenza della Cassazione n. 40743/2017.

IL FATTO

Venivano condannati dalla Corte d’Appello di Firenze per lesioni colpose aggravate il datore di lavoro (M.P.), il direttore tecnico di cantiere (T.G.) e il coordinatore sicurezza (C.S.) a seguito dell’infortunio occorso ad un lavoratore caduto a seguito di uno sfondamento del parapetto di protezione ad una rampa di accesso alla zona di betonaggio del cantiere.

Al datore di lavoro veniva addebitato:

-aver autorizzato lavori in quota senza la previsione di misure di prevenzione e protezione specifiche che riducessero il rischio di caduta dall’alto;

-l’installazione di un parapetto di protezione inidoneo rispetto alla vigente normativa a causa di un’altezza inferiore rispetto ai minimi previsti e un erroneo montaggio con passanti installati sul lato esterno dei montanti.

Al direttore di cantiere (T.G.) anche nelle sua qualità di “dirigente per la sicurezza” (cit.) veniva ritenuto responsabile di non aver provveduto alla verifica dell’installazione del parapetto e sua sostituzione viste le negligenze tecniche.

Per ultimo al coordinatore sicurezza in fase di esecuzione (CSE) veniva addebitata la mancata vigilanza e relativa assenza di provvedimenti in merito al parapetto e alle misure preventive da adottare.

I condannati in primo grado avevano proposto ricorso in Appello argomentandolo con la non attendibilità delle dichiarazioni fornite dall’infortunato e sul comportamento abnorme tenuto dallo stesso lavoratore evidenziando come proprio il comportamento di quest’ultimo, che sarebbe andato a scavalcare il parapetto (agendo con forze anomale rispetto alle verifiche di resistenza standard dell’apprestamento), avesse generato l’infortunio.

Tali motivazioni non andavano a scalfire “il nucleo centrale della ricostruzione dei fatti, che aveva dimostrato la sussistenza del nesso causale tra la errata realizzazione del parapetto e l’infortunio” (cit.).

Il ricorso in cassazione viene articolato in sintesi come segue:

1.l’illogicità della motivazione della Corte d’Appello che, confermando la ricostruzione del primo giudice sulla dinamica dell’infortunio, non aveva tenuto debitamente conto delle dichiarazioni contrastanti dell’infortunato e delle risultanze dei consulenti della difesa che evidenziavano come la dinamica di svolgimento dell’incidente non fosse in linea con una caduta originata in fase di movimento. Valutata la documentazione fotografica non è dunque il grumo di cemento (su cui l’infortunato dichiara di aver inciampato) l’origine dell’incidente e neanche lo sfondamento del parapetto con una gamba durante la perdita di equilibrio; fatto dimostrato dai consulenti della difesa con una serie di evidenze tecniche e fotografiche;

2. “il travisamento della prova sul rilievo che l’area di cantiere non comprendeva la rampa e che il POS non prevedeva lavorazioni da eseguire sulla rampa” (cit.).

DIRITTO

La Cassazione considera infondate le motivazioni del ricorso, valutato anche il fatto riscontrato dai giudici di merito che evidenziavano la circostanza in base alla quale il parapetto era presente in loco da svariate settimane e che parte dello stesso era stata sostituita il giorno prima dell’incidente, conferma la logicità della precedente sentenza evidenziando che:

-il datore di lavoro ha per normativa e giurisprudenza una posizione di garanzia; essendo stato accertato che il parapetto installato a servizio di una rampa su lato prospiciente il vuoto non aveva i requisiti minimi previsti dalla normativa (Allegato XVIII d.Lgs. 81/2008) quale l’altezza corretta (cm. 83), lo stesso datore di lavoro non ha adempiuto all’obbligo di attuare tutte le misure preventive e protettive necessarie alla riduzione del rischio specifico (caduta dall’alto).

-il direttore tecnico di cantiere, mancando ai doveri previsti dalla normativa, non aveva verificato la corretta installazione del parapetto installato e quindi tantomeno la sua sostituzione con struttura a norma;

-il coordinatore sicurezza (CSE) non si era adoperato in base agli obblighi previsti dall’art. 92 del D.Lgs. 81/2008.

La Cassazione evidenzia come i ricorrenti non abbiano basato il ricorso contestando l’effettiva realizzazione del parapetto a regola d’arte in base alle normative ma sul comportamento abnorme dell’infortunato; su questo punto oltre alla dinamica di scavallamento del parapetto, i ricorrenti insistevano sull’assenza nel DVR aziendale di operazioni da esgeuirsi su rampa, concetto avvalorato dal comportamento di altri lavoratori dipendenti della medesima Ditta che accedevano alla zona di lavoro con scala.

La sentenza richiama l’attenzione sulle dichiarazioni della persona offesa che può intendersi (anche da sola) come prova, purchè sia vagliata la sua attendibilità secondo quanto previsto dall’art. 192 del C.P.P. e così come correttamente eseguito dalla Corte d’Appello.

A prescindere dal comportamento dell’infortunato, il sinistro si genera dalla cattiva realizzazione della piattaforma, e quindi il tema della negligenza del lavoratore non trova riscontro; nel caso di infortunio il datore di lavoro non può discolparsi adducendo una “legittima aspettativa della diligenza del lavoratore” (cit.) quando non ha impedito l’infortunio, assicurandosi della corretta installazione delle misure di prevenzione e protezione previste o comunque necessarie e consentendo anche per lungo periodo che questa criticità fosse tollerata.

“…non è configurabile la responsabilità ovvero la corresponsabilità del lavoratore per l'infortunio occorsogli allorquando il sistema della sicurezza approntato dal datore di lavoro presenti delle evidenti criticità, atteso che le disposizioni antinfortunistiche perseguono il fine di tutelare il lavoratore anche dagli infortuni derivanti da sua colpa, dovendo il datore di lavoro dominare ed evitare l'instaurarsi da parte degli stessi destinatari delle direttive di sicurezza di prassi di lavoro non corrette e, per tale ragione, foriere di pericoli (cfr. da ultimo, Sez.4, n.10265 del 17/01/2017, Meda, Rv.269255)” (cit.)

Dunque che l’infortunato abbia agito in modo imprudente è dimostrato dal giudice considerato che lo stesso in qualità di capocantiere aveva partecipato alla sostituzione di una diversa porzione di parapetto ammalorato il giorno precedente al sinistro ed era quindi consapevole dello stato dell’apprestamento; rimane prioritaria però la mancata applicazione delle misure preventive e protettive da parte del datore di lavoro.

Per il secondo motivo di ricorso la Cassazione ne dichiara l’infondatezza nel merito ad altro profilo di comportamento abnorme ulteriormente tenuto dall’infortunato, nell’utilizzare una rampa per scopi non riconducibili alle sue mansioni, essendo la stessa e il confinante impianto di betonaggio al di fuori del perimetro del cantiere.

La centrale di betonaggio, essendo in corso di costruzione, doveva necessariamente essere raggiunta (da qui l’installazione della rampa, anche se altro operatore accedeva con scala) dimostrando comunque che la stessa faceva parte dell’ambito cantiere; quindi la piattaforma, intesa come opera provvisionale, doveva essere mantenuta in perfetta efficienza fino al termine del cantiere, cosi come sancito anche da precedente giurisprudenza in materia (Sez. IV Sentenza 3504/2007 rv. 239029).

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