MARCHIO CE
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La presenza del marchio CE su un’attrezzatura che all’atto pratico potrebbe risultare non completamente sicura, è al centro della sentenza 6566/2020 Sez IV della Cassazione. Il Datore di Lavoro può affidarsi alla sola certificazione e collaudo del macchinario o deve comunque accertarsi che lo stesso non abbia margini di pericolosità?.

IL FATTO

La Corte di Appello di Milano confermava la sentenza di primo grado in cui venivano condannati per i reati di cui agli artt. 590 c. 2-3 e 583 c. 1 del Codice Penale, il Datore di Lavoro dell’azienda XXX per colpa generica e specifica avendo causato al proprio operaio una lesione grave relativa all’amputazione di parte della mano sinistra. L’infortunio si generava dalla lavorazione inerente il taglio di pezzi metallici con sega a nastro orizzontale contro cui il lavoratore andava ad urtare la mano durante le operazioni di raccolta degli sfridi. Il Datore di Lavoro veniva condannato per colpa consistina nel non aver messo a disposizione del lavoratore un’attrezzatura conforme alla vigente normativa; il macchinario non possedeva i requisiti ri protezione e sicurezza indicati nel D.Lgs. 17/2010 – D.Lgs. 81/2008.

RICORDO DEL DdL

Il Datore di Lavoro ricorre in Cassazione proponendo alcuni motivi di ricorso; in primis sottolineando come la Corte di Appello non aveva considerato in modo corretto le condizioni di possibile utilizzo della sega a nastro senza la sua completa segregazione, in presenza di “effettive esigenze della lavorazione” ma adottando però ulteriori accorgimenti antinfortunistici, così come stabilito dal D.Lgs. 81/2008 art. 70 c. 1 e 2 e Allegato V capitolo 6.5.

La sega possedeva marchio CE, e già in origine la lama non risultava completamente segregata; nonostante questo era stata omologata e successivamente correttamente collaudata in azienda. La segregazione mancante era possibile solo tramite la manomissione della stessa macchina rispetto alle caratteristiche costruttive originarie. Dunque il giudizio degli imputati non doveva basarsi sull’ipotizzata carenza della macchina ma sulle misure infortunistiche aggiuntive messe in campo per ridurre al minimo il pericolo.

All’interno del DVR questa situazione era stata attentamente analizzata ed erano previsti specifici DPI e procedure; (le rimanenze delle lavorazioni dovevano essere asportate con la macchina completamente arrestata, così come indicato anche in un cartello informativo posizionato sulla macchina.

Con il secondo motivo viene sottolineata la condotta abnorme del lavoratore che aveva violato procedure di sicurezza predisposte dall’azienda, codificate nel DVR, interrompendo così il nesso causale tra condotta del DdL e accadimento dell’infortunio.

DIRITTO

La sentenza impugnata dal DdL si colloca pienamente nella richiamata giurisprudenza della Suprema Corte:

la responsabilità del costruttore, nel caso in cui l’evento dannoso sia provocato dall’inosservanza delle cautele infortunistiche nella progettazione e fabbricazione della macchina, non esclude la responsabilità del datore di lavoro, sul quale grava l’obbligo di eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori dipendenti che debbano utilizzare tale macchina e di adottare nell’impresa tutti i più moderni strumenti che la tecnologia offre per garantire la sicurezza dei lavoratori; a detta regola può farsi eccezione nella sola ipotesi in cui l’accertamento di un elemento di pericolo sia reso impossibile per le speciali caratteristiche della macchina o del vizio di progettazione, che non consentano di apprezzarne la sussistenza con l’ordinaria diligenza (Sez. 4, n. 1184 del 03/10/2018 – Sez. 4, n. 26247 del 30/05/2013)

Quindi l’eventuale responsabilità del costruttore della macchina non manleva il Datore di Lavoro che è comunque obbligato ad eliminare le fonti di pericolo. Questo principio non ha luogo solo quando il difetto non sia visibile o riscontrabile, data l’eventuale complessità della macchina. La mancata messa in sicurezza della parte della sega interessata è stata la causa della lesione, come correttamente accertato dalla Corte d’Appello, ribadendo l’obbligo della messa a norma dell’attrezzatura, ricadente sul DdL.

PRESENZA DEL MARCHIO CE E DESTINO DEL DdL

La presenza del marchio CE sull’attrezzatura non esime dunque il Datore di Lavoro dalle proprie responsabilità:

 il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza dell’ambiente di lavoro, è tenuto ad accertare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati e risponde, pertanto, dell’infortunio occorso ad un dipendente a causa della mancanza ditali requisiti, senza che la presenza sul macchinario della marchiatura di conformità “CE” o l’affidamento riposto nella notorietà e nella competenza tecnica del costruttore valgano ad esonerarli dalla loro responsabilità.

COMPORTAMENTO ABNORME?

 La Cassazione ritiene infondato anche il secondo motivo del ricorso; l’operatore stava adottando una procedura meno sicura, resa possibile dalle carenze del macchinario, per cui non si può configurare come comportamento abnorme.

perché la condotta colposa del lavoratore possa ritenersi abnorme e idonea ad escludere il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo, è necessario non tanto che essa sia imprevedibile, quanto, piuttosto, che sia tale da attivare un rischio eccentrico o esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia (Sez. 4, n. 15124 del 13/12/2016, dep. 2017, Gerosa, Rv. 269603).

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