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Analizziamo la sentenza n. 2335/2018 della Sezione IV della Corte di Cassazione, dove si affronta l’aspetto relativo ad una corretta valutazione dei rischi in capo al datore di lavoro, che consente la previsione di DPC o DPI in base alle risultanze di detta analisi.

IL FATTO

Durante i lavori in quota relativi alla manutenzione impiantistica su un palo di legno, lo stesso cedeva alla base generando la caduta dell’operatore che si era posizionato su di esso per mezzo di DPI ed attrezzature atte a lavorare ed assicurarsi direttamente sulla struttura; la caduta avvenuta da un’altezza di 4/5 mt. generava sul lavoratore lesioni multiple.

Con sentenza emessa nell’anno 2015 dal Tribunale di Biella veniva condannato il datore di lavoro dell’impresa di cui era dipendente il lavoratore, per aver cagionato lesioni gravi a quest’ultimo con violazione in particolare dell’art. 29 comma 1 del D.Lgs. 81/2008 “modalità ed effettuazione della valutazione dei rischi” avendo sviluppato un DVR incongruo.

La lavorazione, così come appurato nei vari gradi di giudizio, riguardava lavori di manutenzione/sostituzione di cavi della linea cui l’infortunato aveva avuto accesso utilizzando strumenti forniti dal datore di lavoro (ramponi e cintura di sicurezza), contrariamente a quanto indicato nel DVR che prevedeva come ordine di priorità:

 piattaforme aeree;

-scale;

– ramponi e cintura di sicurezza (soluzione residuale).

Il passaggio da un’attrezzatura all’altra doveva avvenire solo se si riscontravano rischi tali da impedirne l’utilizzo in condizioni di sicurezza (es. la scala sarebbe stata utilizzata in sostituzione della piattaforma nel momento in cui si riscontravano anomalie altimetriche del terreno interessato che non avrebbero consentito il posizionamento in sicurezza dell’apprestamento); nel caso in esame veniva appurata la possibilità di utilizzare una piattaforma; i DPI erano però diventati mezzi ordinari di protezione” (cit).

Il datore di lavoro ricorre in Cassazione adducendo la motivazione inerente l’avvenuta verifica del DVR da parte dello Spresal ASP Biella che aveva evidenziato come l’utilizzo delle piattaforme impediva di avvicinare il mezzo al palo nella maggior parte dei casi sostenendo che “lo Spresal ha considerato accettabile fronteggiare il rischio di caduta dall'alto per chi opera sui pali con l'adozione delle misure di protezione individuali (ovvero dall'attrezzatura costituita dai ramponi e dalla cintura di sicurezza)” (cit.).

Per il datore di lavoro l’accaduto quindi può essere ritenuto mera fatalità non essendo presente alcun segno visivo dell’imminente rottura a seguito del controllo che l’operaio infortunato aveva eseguito.

DIRITTO

La Cassazione sottolinea come alcune censure riguardano ricostruzioni e valutazioni del fatto diretta competenza del giudice di merito; inoltre le “motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi si integrano a vicenda” (cit.).

La Corte d’appello ha correttamente puntualizzato come i DPI consegnato all’operaio infortunato erano da ritenersi “residuali” rispetto a DPC (piattaforma) che erano utilizzabili vista la conformazione dell’ambiente di lavoro. Il ricorso così come motivato chiede alla Cassazione di effettuare una nuova valutazione sul merito, non consentita in sede di legittimità.

La Cassazione rigetta quindi il ricorso non nel merito diretto delle argomentazioni ma perché impossibili da valutare in questo grado di giudizio.

Si può comunque ritenere come all’interno dei primi due gradi di giudizio sia stato correttamente posto in evidenza come:

– il DVR deve prevedere procedure prioritarie atte a garantire la mitigazione del rischio (DPC);

– il mancato uso dei DPC è consentito solo nel momento in cui si riscontrano situazioni ambientali dove i DPC risulterebbero avere maggior rischio intrinseco rispetto ai DPI;

– l’avallo delle diverse procedure all’interno del DVR svolto da Organi Ispettivi, era stato coerente con questo principio di priorità.

F.to Redazione Tecnica

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