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Analizziamo la sentenza 32228/2018 originata dall’infortunio mortale di un lavoratore autonomo tuttofare incaricato dal committente di interventi su una ringhiera. Qual è la perimetrazione delle responsabilità dello stesso committente?.

IL FATTO

La Corte di Appello di Messina confermava la sentenza di condanna nei confronti di un committente che aveva affidato ad un lavoratore autonomo tuttofare interventi di manutenzione dell’immobile di sua proprietà comprensivi della sostituzione di ringhiera esterna del balcone. Al momento dell’intervento proprio su quest’ultima, in concomitanza dell’asportazione del corrimano, a causa del cedimento di uno degli ancoraggi si innescava la caduta della stessa ringhiera verso l’esterno che provocava a sua volta la caduta del tuttofare. Il lavoratore autonomo decedeva all’istante a causa dei gravissimi traumi riportati.

 

CONDANNA

Il committente dell’intervento veniva condannato per omicidio colposo per le seguenti violazioni:

  • art. 32 della Costituzione “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”;
  • art. 2087 c.c. “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”;
  • art. 1 comma 1 della Legge 833/1978;
  • art. 7 D.Lgs. 626/94;
  • art. 26 D.Lgs. 81/2008.

“1)Il datore di lavoro, in caso di affidamento di lavori, servizi e forniture all’impresa appaltatrice o a lavoratori autonomi all’interno della propria azienda, o di una singola unità produttiva della stessa, nonché nell’ambito dell’intero ciclo produttivo dell’azienda medesima, sempre che abbia la disponibilità giuridica dei luoghi in cui si svolge l’appalto o la prestazione di lavoro autonomo:

a) verifica, con le modalità previste dal decreto di cui all’articolo 6, comma 8, lettera g), l’idoneità tecnico professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi in relazione ai lavori, ai servizi e alle forniture da affidare in appalto o mediante contratto d’opera o di somministrazione. Fino alla data di entrata in vigore del decreto di cui al periodo che precede, la verifica è eseguita attraverso le seguenti modalità:

1) acquisizione del certificato di iscrizione alla camera di commercio, industria e artigianato;

2) acquisizione dell’autocertificazione dell’impresa appaltatrice o dei lavoratori autonomi del possesso dei requisiti di idoneità tecnico professionale, ai sensi dell’articolo 47 del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000, n. 445;

b) fornisce agli stessi soggetti dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività. 2. Nell’ipotesi di cui al comma 1, i datori di lavoro, ivi compresi i subappaltatori: 

a) cooperano all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto;

b) coordinano gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva.”

 

MOTIVI DEL RICORSO IN CASSAZIONE

Il committente degli interventi ricorre in Cassazione presentando le seguenti motivazioni:

1.  La sentenza della Corte d’Appello presenterebbe vizio giuridico per l’applicazione non corretta “delle norme che regolano l’estensione al committente, che non abbia verificato le capacità tecniche del lavoratore autonomo, della posizione di garanzia e del principio di tutela del lavoratore subordinato” (cit.).

La posizione di garanzia estesa al lavoratore autonomo tale da considerarlo subordinato, lo sarebbe solo nel caso che il lavoro fosse “palesemente pericoloso” (cit.) con mezzi dotati dal committente che va ad operare tramite dirette ingerenze come vero e proprio direttore dei lavori. Il lavoratore autonomo si troverebbe ad operare con una “sfera di autonomia tecnica, entro la quale può/deve pretendere una non ingerenza del committente – al soggetto committente, rispetto ad un lavoratore autonomo, non compete un generale principio di tutela e, soprattutto, sarebbe attribuibile un obbligo d’informazione sullo stato dei luoghi ove dovranno essere svolti detti lavori, oggetto del contratto di lavoro autonomo, ma non certo di formazione” (cit.)”.

Il committente in questo caso avrebbe adempiuto alla corretta informazione tramite il sopralluogo in cui sono state affrontate le lavorazioni necessarie a completare l’intervento e lo stato dei luoghi. L’oggetto del lavoro, così come posto in evidenza da alcuni teste, non riguardava la sostituzione della ringhiera ma la manutenzione e il suo rafforzamento con staffe. L’oggetto del contratto era stato dunque tralasciato in sentenza ma solo con il suo corretto inquadramento si poteva giungere all’affermazione della responsabilità.

2.  Il lavoro non poteva definirsi in quota nella considerazione che non era stata richiesta la sostituzione della ringhiera e che il tuttofare avrebbe lavorato dall’interno del balcone, così come acclarato anche da alcuni testimoni.

 

LA SENTENZA

Relativamente alla prima doglianza, la Suprema Corte sottolinea come il committente sia ricorso in Cassazione con le medesime motivazioni già presentate in Corte d’Appello; quest’ultime sono state correttamente esaminate e disattese “con motivazione del tutto coerente e adeguata” (cit.).

Passando ai contenuti tecnici, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito che è titolare di una posizione di garanzia il committente che affida lavori edili in economia ad un lavoratore autonomo di cui non è stata verificata la professionalità:

– Sez. 4, n. 35534 del 14/5/2015, Gallone, Rv. 264405 nella cui motivazione la Corte ha precisato che l’unitaria tutela del diritto alla salute, indivisibilmente operata dagli artt. 32 Cost., 2087 cod. civ. e 1, comma primo, legge n. 833 del 1978, impone l’utilizzazione dei parametri di sicurezza espressamente stabiliti per i lavoratori subordinati nell’impresa, anche per ogni altro tipo di lavoro; conf. Sez. 4, n. 42465 del 9/07/2010, Angiulli, Rv. 248918.

– Sez. 3, n. 35185 del 26/4/2016, Marangio, Rv. 267744 in relazione alla morte di un lavoratore edile precipitato al suolo dall’alto della copertura di un fabbricato, nella quale è stata ritenuta la responsabilità per il reato di omicidio colposo dei committenti, che, pur in presenza di una situazione oggettivamente pericolosa, si erano rivolti ad un artigiano, ben sapendo che questi non era dotato di una struttura organizzativa di impresa, che gli consentisse di lavorare in sicurezza.

Dalle indagini emergeva come il lavoratore autonomo tuttofare precipitava a terra a causa del cedimento della ringhiera del balcone; durante l’intervento era stato asportato il corrimano rendendo l’intera struttura della ringhiera più debole.

La Corte d’Appello aveva confermato il fatto che doveva essere ritenuto “inverosimile” (cit.) un intervento che non prevedesse la sostituzione della ringhiera a partire dal fatto che il lavoratore autonomo aveva portato sul luogo dell’intervento attrezzature (es. flex) che potevano avere come utilizzi solo quelli dedicati alla sostituzione dell’intera struttura.

Inoltre lo stesso committente era presente e si sarebbe dovuto adoperare a far interrompere le operazioni di rimozione di parti strutturali della ringhiera una volta sentito il ripetuto rumore del flex; è da escludersi anche l’autonoma volontà da parte del tuttofare di procedere, in corso d’opera, ad un lavoro più complesso sulla struttura della ringhiera senza avvisare il committente nella considerazione che quest’ultimo era comunque in casa e poteva essere facilmente avvisato.

GIURISPRUDENZA

il contratto concluso tra le parti è, senz’altro, un contratto avente ad oggetto la esecuzione di lavori edili in economia, assimilabile, sul piano della disciplina, al contratto di appalto, e per il quale trova applicazione il Dlgs 81/2008

 

è pacifico che, in materia di infortuni sul lavoro, ai fini della configurabilità di una responsabilità del committente per “culpa in eligendo” nella verifica dell’idoneità tecnico – professionale dell’impresa affidatala di lavori, non è necessario il perfezionamento di un contratto di appalto, essendo sufficiente che nella fase di progettazione dell’opera, intervengano accordi per una mera prestazione d’opera, atteso il carattere negoziale degli stessi

 (Sez. 3, n. 10014 del 06/12/2016 dep.il 2017, Lentini, Rv. 269342)

 

Relativamente al secondo motivo di ricorso, la Cassazione evidenzia come l’altezza del piano di lavoro rispetto al piano di campagna (oltre mt. 5,00) non potesse che configurare l’intervento come un lavoro in quota. Il committente avrebbe dunque dovuto “dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui è destinato ad operare” e, in aggiunta, predispone le opportune misure di protezione e prevenzione dei rischi cui lo stesso sarebbe stato esposto in ragione della attività lavorativa da svolgere” (cit.).

 

Il ricorso è giudicato dunque inammissibile.

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