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Analizziamo la sentenza 38357/20108 Cassazione Sezione IV che affronta le conseguenze di un incidente stradale ad un centauro che aveva impattato su una transenna di segnalazione di chiusura corsia per lavori.

 

IL FATTO

Durante le ore notturne veniva rinvenuto a terra a circa 50 mt. dalla transenna che aveva il compito di chiudere il viale, il corpo esanime di un motociclista (con indosso il casco) con i due tronconi della moto posti nelle immediate vicinanze. Successivamente ai rilievi effettuati, veniva constatato come la velocità del mezzo al momento dell’impatto fosse di 124 km/h.

Venivano imputati per omicidio colposo gli operai-soci dell’impresa A, incaricati di fornire e posare in opera la segnaletica stradale a chiusura del viale; l’impresa A era fornitrice dell’Impresa B a sua volta appaltatore dell’Ente gestore della rete idrica pubblica che aveva assegnato le opere.

Era altresì imputato il vice-ispettore di polizia incaricato di verificare la viabilità della zona (interessata da numerosi altri cantieri) la mattina prima dell’incidente e il dipendente dell’Ente gestore (stazione appaltante) che era incaricato della riparazione della rete fognaria danneggiata e richiedente di tutte le autorizzazioni necessarie.

In ultimo era imputato il responsabile di cantiere dell’impresa B in quanto la stessa aveva tra i suoi compiti quello di installare la segnaletica necessaria per il cantiere stradale.

 

CONDANNA

La Corte d’Appello di Firenze, riformando la sentenza di Primo Grado, assolveva il responsabile di cantiere dell’impresa B con la formula de “il fatto non sussiste” dal reato di omicidio colposo, contestato per il posizionamento irregolare della segnaletica per la chiusura di un’intera corsia, senza cartelli preventivi di informazione sulla chiusura, il tutto così come previsto dal codice della strada.

La sentenza di primo grado riconosceva colpevole il responsabile di cantiere dell’Impresa B valutando reale la sua posizione di garanzia originata oltre che dal contratto, anche dalle funzioni di fatto esercitate da quest’ultimo. Gli altri imputati venivano assolti per non aver commesso il fatto (la posizione del coordinatore sicurezza sarebbe stata valutata dal P.M. successivamente).

 

RICORSO

Ricorre in Cassazione il Procuratore Generale adducendo come la Corte d’Appello, nel riformare la sentenza, non aveva correttamente tenuto conto delle prove su cui era fondata la sentenza di primo grado. Le motivazioni del ricorso possono essere cosi sintetizzate:

  • era stata depositata una consulenza tecnica che evidenziava la non rispondenza della segnaletica installata a quella prevista dal DM 10.07.2002 (tabella 83);
  • era stata ignorata la testimonianza di soggetto terzo che sottolineava come solo tre giorni prima, con la stessa segnaletica temporanea di cantiere, in orario notturno e procedendo secondo i limiti, aveva rischiato un incidente piombando comunque sulle transenne a chiusura della strada.

Il Procuratore Generale sottolinea come “l’apposizione della segnaletica a distanza regolamentare avrebbe consentito al motociclista di avvedersi per tempo della deviazione, adeguando la velocità” (cit.) e chiede l’annullamento della sentenza.

 

DIRITTO

La Cassazione dichiara i motivi del ricorso inammissibili; dalla lettura della sentenza della Corte d’Appello quest’ultima ha al suo interno ampie motivazioni con cui è stata rovesciata quella di primo grado chiarendo come la velocità del centauro (oltre 120 km/h) impediva comunque di affrontare in sicurezza la svolta necessaria per immettersi poi nella corsia chiusa temporaneamente per lavori.

“Sufficientemente anteriore” alla svolta veniva comunque posizionato un cartello con un limite di velocità (30 km/h) ed un ulteriore segnale di “lavori in corso” con relativa illuminazione elettrica a segnalare il pericolo, insieme a ulteriori precedenti segnali di informazione sulla chiusura del viale (inoltre la transenna contro cui il motociclista aveva urtato era comunque da ritenersi a norma).

Per la Cassazione questa serie di segnaletica “dava luogo ad un complessivo susseguirsi di fattori pienamente idonei ad evidenziare l’obbligo di mantenimento di una velocità che certamente avrebbe evitato l’impatto, mentre la loro apposizione in piena conformità al codice della strada non avrebbe consentito al I.D. di evitare l’urto per l’alta velocità da questo tenuta, anche in relazione ad un non pieno controllo dei fattori di attenzione idonei a garantire una diversa e meno dannosa dinamica dei fatti” (cit.).

La Corte d’Appello valutando diversamente l’insieme probatorio e riformando la sentenza di condanna, ha agito soddisfacendo “l’obbligo di motivazione rafforzata già enunciato dalla giurisprudenza di legittimità” (cit.).

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F.to Redazione Tecnica