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Rapporto lavorativo tra coniugi (quesito Ministero del Lavoro anno 2015).

11 June 15

Dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - DIREZIONE TERRITORIALE DEL LAVORO DI MACERATA è stata emanata la raccolta dei quesiti del primo trimestre 2015 a cui è stata data risposta dal Direttore Dott. Pierluigi RAUSEI. Tra i quesiti posti estrapoliamo quelli più attinenti al mondo della sicurezza nei cantieri (che saranno oggetto di prossimi articoli) approfondendo l'aspetto del  rapporto di lavoro tra coniugi. Questo quesito si ricollega sopratutto all'argomento "lavoratore Autonomo" e "Impresa Familiare" che abbiamo trattato nello specifico con l'articolo:

LAVORATORE AUTONOMO O IMPRESA FAMILIARE (clicca e leggi)

Grazie alla DIREZIONE TERRITORIALE DEL LAVORO DI MACERATA è possibile avere un'analisi completa, con riferimento anche alla parte giurisprudenziale.

Quesito n. 13 del 12 marzo 2015 - Rapporto lavorativo tra coniugi.

“In merito ai rapporti lavorativi fra parenti si è formato un consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione che crea un distinguo tra familiari conviventi e familiari non conviventi: per i primi opererebbe una presunzione (seppur relativa) di gratuità delle prestazioni svolte; per la seconda ipotesi la presunzione sarebbe invece di normale onerosità del rapporto, superabile con la dimostrata sussistenza di sicuri elementi in senso contrario. L’INPS, nel richiamare tale orientamento giurisprudenziale, precisa che i criteri ricavabili dalle pronunce della Suprema Corte si applicano principalmente nei rapporti instaurati nell’ambito delle imprese individuali, delle società di persone e delle attività non rientranti nel concetto di impresa, mentre nei confronti delle società di capitali (come nel caso di specie) trovano sicuramente minore applicazione in quanto la figura del datore di lavoro si identifica nella società e non nella persona degli amministratori (Circ. INPS n. 179/1989 – all. C). Solo alla luce di tali indicazioni può essere astrattamente valutata la regolarità della assunzione quale lavoratore subordinato del coniuge da parte di un professionista. La legge attualmente in vigore riconosce di poter stipulare un contratto di associazione in partecipazione con apporto di solo lavoro, di solo capitale ovvero di capitale misto a lavoro, anche con il coniuge. In effetti, ai sensi dell’art. 2549, comma 1, cod.civ. “con il contratto di associazione in partecipazione l’associante attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto”, mentre il secondo comma prevede specificamente che “qualora l’apporto dell’associato consista anche in una prestazione di lavoro, il numero degli associati impegnati in una medesima attività non può essere superiore a tre, indipendentemente dal numero degli associanti, con l'unica eccezione nel caso in cui gli associati siano legati all'associante da rapporto coniugale, di parentela entro il terzo grado o di affinità entro il secondo”. Peraltro, la legge 92/2012 ha previsto che il rapporto di associazione in partecipazione con apporto di lavoro sia da considerarsi un rapporto di lavoro subordinato, se il rapporto è attuato senza una effettiva partecipazione agli utili dell’impresa o dell’affare ovvero senza la consegna del rendiconto di cui all’art. 2552 cod.civ., nonché quando l’apporto di lavoro non presenta i requisiti previsti all’art. 69-bis, comma 2, lett. a), del d.lgs. n. 276/2003, vale a dire che il lavoratore associato deve svolgere presso l’associante una attività lavorativa connotata da competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell’esercizio concreto di attività (tali caratteristiche sono state esplicitate dal superiore Ministero con Circolare n. 32 del 27 dicembre 2012). Quanto ai profili previdenziali la Circolare Inps n. 90 del 13 luglio 2005 ha affermato: “i compensi erogati dall’imprenditore, anche per i rapporti di associazione in partecipazione, al coniuge, ai figli, affidati o affiliati, minori di età o permanentemente inabili al lavoro, nonché agli ascendenti, non concorrono a formare reddito per i loro percettori, in quanto non deducibili dal reddito d’impresa. Rilevato, inoltre, che i soggetti in questione non sono tenuti a dichiarare detti emolumenti nella denuncia dei redditi, deve dedursi che non sia configurabile, per gli stessi, un’obbligazione contributiva nei confronti della Gestione separata ai sensi dell’art. 43 della legge n. 326/2003”. Qualora la prestazione lavorativa fosse occasionale o comunque limitata, può tenersi presente il lavoro occasionale accessorio, rispetto al quale, per effetto dell’art. 7, comma 2, del d.l. n. 76/2013, convertito nella legge n. 99/2013, secondo quanto specificato dal Ministero del Lavoro nella Circolare n. 35 del 29 agosto 2013, alla quale si rimanda integralmente, “la legittimità del ricorso all’istituto va verificata esclusivamente sulla base dei limiti di carattere economico”. Secondo la Circolare n. 4 del 18 gennaio 2013 il superamento dei limiti economici stabiliti dalla legge comporta la trasformazione del lavoro accessorio in un rapporto subordinato a tempo indeterminato se le prestazioni accessorie sono «verosimilmente fungibili con le prestazioni rese da altro personale già dipendente». Inoltre, l’Inps ha ribadito che il lavoro accessorio è incompatibile con la condizione di lavoratore dipendente dello stesso datore di lavoro che richiede le prestazioni accessorie (Circolare n. 49 del 29 marzo 2013), nulla vietando, al contrario, rispetto all’utilizzo del lavoro accessorio per il dipendente di altro datore di lavoro nei periodi nei quali lo stesso non rende per quello alcuna prestazione lavorativa; ne consegue che, a maggior ragione, anche il socio di una impresa artigiana possa svolgere attività accessoria presso altra impresa (come nel quesito proposto).”

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