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Il cantiere della diga del Vajont.

09 October 16

Vajont in dialetto ertano significa “va giù”, l’etimologia di un nome che ha segnato il destino di migliaia di persone prima, durante e dopo il Disastro.

Il 09 ottobre ricorre l’anniversario di una delle più grandi sciagure che abbiano colpito l’Italia nel primo dopo guerra, un disastro tanto grande quanto doveva essere la magnificenza di un progetto, un cantiere ed una diga che per l’epoca e per tipologia sarebbe diventata (per l'epoca) una tra le più alte del mondo.

Nell’Italia post bellica c’era necessità di risorse energetiche ed iniziò una corsa sfrenata delle Società Elettriche (all’epoca private) nell’individuare luoghi dove poter “reperire” energia. Nella realtà dei fatti la ricerca in molti casi e sempre per il medesimo motivo, era già iniziata negli anni trenta, ed è proprio in quel periodo che iniziano i primi studi di fattibilità da parte dell’Ing. Carlo Semenza e del Geologo Carlo Dal Piaz per il progetto “Grande Vajont”.

Gli studi portarono ad un lungo percorso progettuale commissionato dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità) che subisce un arresto negli anni della Guerra, per poi procedere nuovamente spedito negli anni cinquanta portando alla realizzazione di una diga che andava a sfiorare i 270 metri di altezza.

La diga non ha ceduto, contrariamente al “credo” comune di un ricordo ormai offuscato dal tempo; la diga ha resistito anche rispetto a forze ed azioni dinamiche di pesi fuori da ogni verifica statica; la diga del Vajont era fatta bene, a regola d’arte, ciò che non fu valutato “in modo corretto” (senza voler entrare nel merito delle Sentenze Penali che si sono susseguite a seguito del Disastro) era il comportamento geologico di uno dei due lati delle sponde dell’invaso artificiale. Proprio da uno dei due lati dell’invaso, quello del Monte Toc, la sera del 09 ottobre 1963 alle ore 22:39 si mise in movimento un evento franoso della portata di 260.000.000 di mc. composto da ghiaia/terra/fango che, piombando all’interno dell’invaso artificiale, generò un’onda di dimensioni gigantesche. La massa d’acqua si concentro sugli abitati del lato opposto dell’invaso ed in parte superò “di slancio” la diga, piombando (ed accelerando la sua velocità proprio per le dimensioni della gola) sulla città di Longarone spazzandola via con i suoi 25.000.000 di mc. di acqua (in termini di potenza equivalente al doppio della bomba atomica sganciata ad Hiroshima).

Quello che non fece l’aria, lo portò a termine l’acqua” così Marco Paolini descrive la potenza del disastro che in due momenti diversi si abbatté sulla zona di Longarone e gli altri abitati limitrofi; la portata dell’onda generò una forza tale sulla valle sottostante e sul fiume Piave che oltre a radere al suolo l’intera città si prolungò in entrambe le direzioni della valle, arrivando a risalire il fiume Piave in direzione contraria alla ormale corrente, portando via ogni traccia di umanità da quei luoghi.

Sono quasi duemila i morti, migliaia e migliaia gli sfollati nelle zone perimetrali del bacino e nella zona di Longarone:

«Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano centinaia di creature umane che non potevano difendersi» (Dino Buzzati – Corriere della Sera)

Questa è in estrema sintesi la cronaca del Disastro del Vajont, un progetto ed un cantiere che durante l’esecuzione dei lavori rendevano bene l’idea della capacità tutta italiana di realizzare ed eseguire progettualità spesso fuori dalla portata anche di una fervida immaginazione.

Quel cantiere a cui molti dei residenti nelle frazioni di Erto e Casso, nelle località limitrofe e fin anche da Longarone, avevano dedicato il proprio lavoro e la propria fatica che poi, loro malgrado, gli si sarebbe ritorta contro nel modo peggiore.

Un cantiere come se ne erano visti pochi fino a quel momento, sviluppato e studiato in modo da ottimizzare le operatività e quindi i costi di questa opera faraonica.

Un cantiere che si sviluppava nel luogo individuato per la costruzione della diga del Vajont, ma anche sopra di esso, a valle ed a monte dello stesso; tutto era stato analizzato nei minimi particolari, anche con impianti a servizio del cantiere studiati proprio per le specifiche necessità.

Un cantiere la cui complessità è ben evidenziata a pagina 8-9 del documento allegato IMPIANTO ELETTRICO – DIGA DEL VAJONT edito proprio dalla SADE (disponibile nell’area download dell’articolo); due le imprese esecutrici:

-Impresa SADE;

-Impresa TORNO.

La suddivisione tra operai e “colletti bianchi”, con impiegati SADE dotati di struttura mensa ed alloggi, separata dalla mensa degli operai, così come per l’Impresa TORNO; i garage per lo stazionamento dei mezzi di cantiere, l’infermeria, la viabilità interna alla perimetrazione; una sorta di layout di massima del cantiere dove spiccano i due sistemi legati al getto e armatura del calcestruzzo.

L’arrivo del materiale in quota veniva garantito da una “teleferica trasporto inerti” che si originava dall’impianto preparazione inerti posto lungo il Piave (vedi pagina 5 del Libretto) nelle vicinanze di Longarone e si sviluppava in linea d’aria per quasi 1500 mt., con una stazione intermedia installata anche per ovviare al repentino cambio di pendenza (in tutto 399 mt.).

Una velocità di traino di 3,5 mt. al secondo, 12 cicli orari con un tempo di scarico materiale di 50 secondi per una produzione oraria di circa 175 tonnellate di materiale; numeri che rendono l’idea di quanto fosse stata progettata con puntualità la produzione del cantiere.

Altra punta di diamante era il sistema blondin per la movimentazione del calcestruzzo assemblato nella centrale di betonaggio del cantiere verso la diga. Una lunghezza di 436,50 mt. per 300 mt. di corsa verticale della benna garantivano la movimentazione su tutta l’area di lavoro.

La magnificenza e l’organizzazione del cantiere non riuscirono a mitigare i rischi di un’opera così azzardata in un luogo così aspro; i primi morti del Vajont furono infatti gli operai che persero la vita nella costruzione della diga.

Dalle foto allegate al LIBRETTO (disponibile nell’area download dell’articolo) si notano opere provvisionali di difficile esecuzione anche con materiali e calcoli odierni, l’uso di reti di sicurezza peraltro ovviamente molto diverse da quelle moderne, un primitivo sistema di mitigazione di un rischio che avrebbe portato in caso di incidente ad un solo esito, la morte.

 

Contenuti video:

 

UOMINI SUL VAJONT

GLI OPERAI DI LETTOMANOPPELLO E IL VAJONT - GLI ACROBATI DELLE DIGHE (1963)

Il libretto diga del Vajont é disponibile nell’area download dell’articolo.

 

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