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IN-SICUREZZA: Omicidio colposo e lesioni personali colpose sul luogo di lavoro: condotta penalmente rilevante e interruzione del nesso causale - Il datore di lavoro ed il fatto lesivo dovuto all’imprudenza del lavoratore.

27 February 17

Riprende dall’articolo Omicidio colposo e lesioni personali colpose sul luogo di lavoro: condotta penalmente rilevante e interruzione del nesso causale - Gli obblighi del lavoratore:

La tematica della “colpa” del lavoratore merita di essere approfondita, proprio per apprezzare l’effettivo ambito di operatività del principio sopra indicato, a volte tralaticiamente ripetuto, in forza del quale la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa, in linea tendenziale, neppure dalla “colpa” del lavoratore, salvo che la condotta di questi non abbia assunto [ciò che si verifica assai di rado] i caratteri dell’”abnormità”, risultando eccezionale ed imprevedibile.

Occorre fare attenzione a non trasformare il concetto di condotta abnorme del lavoratore in una formula retorica, destinata a non trovare mai applicazione, con il risultato di una tutela prevenzionistica iperprotettiva, in cui il datore di lavoro risponde sempre e comunque in virtù della sua posizione di garanzia, con il progressivo scivolamento verso una responsabilità meramente obiettiva, se non verso una vera e propria responsabilità per fatto altrui, all’interno di una logica prossima al versari in re illecita. Quali sono i presupposti per l’addebito al datore di lavoro? a) Il rilievo necessario della “colpa” del datore di lavoro. La prevedibilità dell’evento e la prevedibilità del rischio. Il principio sopra indicato, a volte, viene invocato a sproposito [per fondare comunque l’addebito di responsabilità a carico del datore di lavoro], giacchè un problema di rilevanza della colpa del lavoratore e, quindi, di possibile abnormità del comportamento imprudente da questo tenuto, rilevante per “interrompere” il nesso causale con la condotta del datore di lavoro, può porsi solo quando si sia sciolto il problema, logicamente e giuridicamente precedente, dell’individuazione di un profilo concreto di colpa contestabile a carico del datore di lavoro. Infatti, se manca un addebito di colpa [individuazione della regola cautelare, generica o specifica, che si assume violata; prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso derivatone] neppure si potrebbe porre un problema di responsabilità del datore di lavoro e, ovviamente, neppure rileverebbe approfondire il tema del contenuto della colpa del lavoratore, per apprezzarne la valenza, in termini di abnormità comportamentale o meno. Si tratta di una ovvia applicazione del principio di colpevolezza cui si è accennato in premessa. Ciò comporta che la violazione che viene imputata ai titolari della posizione di garanzia non è l’astratta violazione degli obblighi imposti dalla specifica normativa La colpa va accertata in concreto, nel senso sopra indicato: va individuata la regola di condotta generica o specifica che si assume violata e, rispetto a tale norma, in ossequio ai principi generali vigenti in materia, va verificata la sussistenza dei presupposti della prevedibilità e della evitabilità del fatto dannoso verificatosi. I giudici di legittimità, in più occasioni, hanno chiarito che per poter formalizzare l’addebito colposo è innanzitutto necessario verificare la sussistenza del rapporto di causalità materiale tra la condotta degli imputati e l’evento lesivo e la sussistenza della violazione della regola cautelare prescritta nel caso concreto

(causalità della colpa, ovvero la sussistenza di un rapporto tra la condotta colposa e l’evento ). Ma ciò non è sufficiente. E’ decisivo accertare, infatti, se il rispetto di quella regola di diligenza fosse preordinato ad evitare quel tipo di evento in concreto verificatosi ( cd. concretizzazione del rischio). La responsabilità penale colposa dell’agente va limitata, pertanto, a quei soli eventi lesivi del bene giuridico protetto che la regola cautelare violata mirava ad evitare, mentre deve essere esclusa per quegli eventi estranei alla funzione precauzionale della stessa norma, benché cagionati dalla condotta inosservante. Non possono, pertanto, formare oggetto di previsione quelle conseguenze ulteriori che hanno carattere di eccezionalità. Si tratta, non tanto di elementi diversi o aspetti diversi relativi alla colpa ma di diversi punti di vista dai quali il medesimo problema viene affrontato. Sotto tale profilo, viene sottolineato che la prevedibilità dell’evento dannoso va accertata con criteri ex ante e va valutata dal punto di vista dell’agente (non di quello che ha concretamente agito, ma dell’agente modello) per verificare se era prevedibile che la sua condotta avrebbe potuto provocare quell’evento; il criterio della concretizzazione del rischio, invece, è una valutazione ex post che consente di avere conferma, o meno, che quel tipo di evento effettivamente verificatosi rientrasse tra quelli che la regola cautelare mirava a prevenire. Contribuisce certamente a chiarire la distinzione l’esempio sul punto contenuto nella sentenza sul disastro di porto Marghera ( Sezione IV, 17 maggio 2006, n. 4676/07, P.G. in proc. Bartalini ed altri) : è il caso del tizio che percorre una strada in senso vietato ed il veicolo da lui guidato va ad urtare un veicolo che procede nel senso di marcia consentito. L’ agente risponderà delle lesioni subite dal conducente di quel veicolo perché l’evento era prevedibile ( la regola cautelare imponeva il rispetto del senso di marcia) e l’incidente realizza la concretizzazione del rischio ( la regola cautelare violata era preordinata proprio ad evitare quel tipo di incidente). Non risponderà invece della morte di chi sia caduto dal balcone: in tal caso l’imputazione a titolo di colpa dell’evento è esclusa, per il fatto che la regola cautelare violata era preordinata ad evitare un evento lesivo diverso da quello concretamente verificatosi. Ed occorre altresì chiedersi se una condotta appropriata (il cosiddetto comportamento alternativo lecito) avrebbe o no evitato l’evento: ciò in quanto si può formalizzare l’addebito solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l’esito antigiuridico o anche solo avrebbe determinato apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno; occorre altresì verificare se la condotta in esame era esigibile, cioè il problema dell’esigibilità dell’obbligo che è essenziale ai fini della formalizzazione di un addebito nell’ottica di quanto prescrive l’articolo 27 della Costituzione.

Il relativo apprezzamento non ammette generalizzazioni ma va fatto in concreto, tenendo altresì conto che gli obblighi posti dalla normativa in tema di infortuni sul lavoro, in alcuni casi, scontano nella realtà pratica le insufficienze strutturali di chi dovrebbe assolverli, in alcuni casi non addebitabile ad un atteggiamento colpevole ed inerte del soggetto obbligato. Va sottolineato, inoltre, che in tema di sicurezza del lavoro, vi è un aspetto particolare sulla prevedibilità- applicato poi anche alla materia della protezione civile- che è quello che impone all’imprenditore di effettuare una valutazione dei rischi - e quindi di prevederli: la colpa dell’imprenditore va, pertanto, ravvisata anche se un’adeguata valutazione dei rischi avrebbe rivelato la situazione di pericolo. Il datore di lavoro è infatti tenuto a prevedere i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori ( v. art. 17 del decreto legislativo n. 81 del 2008, da cui emerge che la valutazione di tutti i rischi per la salute e la sicurezza del lavoratore, con la conseguente elaborazione del documento, previsto dall’articolo 28 dello stesso decreto, non è delegabile) La conseguenza di questa disciplina è che le inosservanze di queste norme cautelari (omissione delle attività di previsione e prevenzione) costituiscono violazione di regole cautelari normativamente previste e quindi ipotesi di colpa specifica. b) Proprio dal combinato disposto di tali principi, deriva che il datore di lavoro deve attivarsi positivamente per organizzare le attività lavorative in modo sicuro, assicurando anche l'adozione da parte dei dipendenti delle doverose misure tecniche ed organizzative per ridurre al minimo i rischi connessi all'attività lavorativa e controllando costantemente che il lavoratore rispetti la normativa di prevenzione. In altri termini, per corrispondere agli obblighi derivanti dalla posizione di garanzia, il compito del datore di lavoro in tema di sicurezza antinfortunistica, è articolato, comprendendo, tra l'altro, non solo l'istruzione dei lavoratori sui rischi connessi a determinati lavori, la necessità di adottare le previste misure di sicurezza, la predisposizione di queste, ma anche il controllo continuo, congruo ed effettivo, nel sorvegliare e quindi accertare che quelle misure vengano, in concreto, osservate, non pretermesse per contraria prassi disapplicativa, e, in tale contesto, che vengano concretamente utilizzati gli strumenti adeguati, in termini di sicurezza, al lavoro da svolgere, controllando anche le modalità concrete del processo di lavorazione.

Il datore di lavoro, per l'effetto, non esaurisce il proprio compito nell'approntare i mezzi occorrenti all'attuazione delle misure di sicurezza e nel disporre che vengano usati, ma su di lui incombe anche l'obbligo di accertarsi che quelle misure vengano osservate e che quegli strumenti vengano utilizzati ( v., Sezione IV, 10 febbraio 2005, n. 13251, Kapelj, rv. 231156). Va perciò affermato a chiare lettere che, perché possa affermarsi la responsabilità del datore di lavoro, pur in presenza di comportamenti imprudenti [ma non abnormi] del lavoratore, occorre pur sempre che sia accertata la “colpa” del datore di lavoro, la quale è l’ineludibile presupposto dell’addebito contestabile al titolare della posizione di garanzia. Infatti, per l’addebito dell’infortunio al datore di lavoro è pur sempre inevitabilmente necessario che questo sia da ricondurre, comunque, anche in presenza dell’imprudenza del lavoratore, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio del comportamento imprudente e eziologicamente ricollegato alla verificazione dell’incidente. Interruzione del nesso causale La configurabilità della responsabilità datore di lavoro non è assoluta, né inderogabilmente sussistente, giacchè diversamente opinando si verterebbe in ipotesi di responsabilità oggettiva. Alla regola della responsabilità del datore di lavoro pur in presenza di condotte colpose del lavoratore si fa però eccezione, in coerente applicazione dei principi in tema di interruzione del nesso causale (articolo 41, comma 2, c.p.), in presenza di un comportamento assolutamente eccezionale ed imprevedibile del lavoratore: in tal caso, anche la condotta colposa del datore di lavoro che possa essere ritenuta antecedente remoto dell'evento dannoso, essendo intervenuto un comportamento assolutamente eccezionale ed imprevedibile (e come tale inevitabile) del lavoratore, finisce con l'essere neutralizzata e privata di qualsivoglia rilevanza efficiente rispetto alla verificazione di un evento dannoso [l’infortunio], che, per l'effetto, è addebitabile materialmente e giuridicamente al lavoratore ( v., tra le tante sentenze, Sezione IV, 28 aprile 2011, n. 23292, millo ed altri, rv. 250710).

Tale conclusione è imposta dal rilievo che ciò che viene rimproverato al datore di lavoro e, quindi, può essere posto a fondamento dell’addebito di responsabilità è la mancata adozione di condotte atte a prevenire il rischio di infortuni, onde nessun rimprovero può essere formulato se la condotta pretesa non poteva considerarsi esigibile in quanto del tutto imprevedibile era la situazione di pericolo da evitare. Questa conclusione, a ben vedere, è coerente anche con una corretta lettura del "principio di affidamento" che governa il fondamento e il riparto delle responsabilità in materia di reati colposi allorquando siano più d'uno i soggetti tenuti ad una determinata condotta (ovvero, che è lo stesso, i titolari di una posizione di garanzia rispetto alla verificazione di eventi dannosi o pericolosi). Come è noto, alla base di questo principio vi è la considerazione che ogni consociato può confidare che ciascuno si comporti adottando le regole precauzionali normalmente riferibili al modello di agente proprio dell' attività che, di volta in volta, viene in questione. Cosicchè, proprio invocando il principio dell'affidamento, il soggetto titolare di una posizione di garanzia, come tale tenuto giuridicamente ad impedire la verificazione di un evento dannoso, potrebbe andare esente da responsabilità quando questo possa ricondursi alla condotta esclusiva di altri, (con)titolare di una posizione di garanzia, sulla correttezza del cui operato il primo abbia fatto legittimo affidamento. Il principio di affidamento non è però invocabile allorchè l'altrui condotta imprudente, ossia il non rispetto da parte di altri delle regole precauzionali imposte, si innesti sull'inosservanza di una regola precauzionale proprio da parte di chi invoca il principio: ossia allorchè l'altrui condotta imprudente abbia la sua causa proprio nel non rispetto delle norme di prudenza, o specifiche o comuni, da parte di chi vorrebbe che quel principio operasse. Per l'effetto, per andare esente da responsabilità, il datore di lavoro "in colpa" non potrebbe invocare la "legittima aspettativa" riposta nella doverosa diligenza del lavoratore, giacchè questa non rileva allorchè chi la invoca versi in re illecita, per non avere, per negligenza, impedito l'evento lesivo, che è conseguito dall'avere l'infortunato operato sul luogo di lavoro in condizioni di pericolo (in termini, Sezione IV, 19 aprile 2005, Spinosa ed altro).

 

F.to Patrizia Piccialli Consigliere della IV Sezione penale della Corte di Cassazione

Fonte: www.procuratrento.it

 

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