ADDETTI AI LAVORI > COORDINATORE PER LA SICUREZZA

APPROFONDIMENTO - Il lavoratore autonomo ed i familiari.

12 October 15

F.to Ing. Danilo G.M. De Filippo - Responsabile Vigilanza DTL Siena

Nelle lavorazioni edili, riservate al settore delle costruzioni, l’artigiano lavoratore autonomo, è sovente, ed aggiungeremmo erroneamente, portato a ritenere che l’aiuto prestato da un soggetto facente parte del nucleo familiare non vada a modificare la qualifica, d’originaria appartenenza, di lavoratore autonomo.

L’impresa familiare è sapientemente definita dal codice civile che, all’art.230 bis, testualmente recita: “Salvo che sia configurabile un diverso rapporto, il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare e ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato”.

Il concetto empirico di impresa familiare risulta maggiormente esplicito dalla disamina della giurisprudenza costante. La Cassazione, con la sentenza n. 5603 del 18 aprile 2002, Sez. lavoro, si è emblematicamente espressa in materia di agnizione giuridica dell’impresa familiare stabilendo che “ai fini del riconoscimento dell’istituto – residuale – della impresa familiare è necessario che concorrano due condizioni, e cioè, che sia fornita la prova sia dello svolgimento, da parte del partecipante, di una attività di lavoro continuativa (nel senso di attività non saltuaria, ma regolare e costante anche se non necessariamente a tempo pieno), sia dell’accrescimento della produttività della impresa procurato dal lavoro del partecipante (necessaria per determinare la quota di partecipazione agli utili e agli incrementi)”.

Il concetto di istituto residuale risulta avere una connotazione sostanziale, in quanto viene a profilarsi l’ipotesi dell’impresa familiare solo nel caso in cui i rapporti tra i componenti della famiglia non possano trovare la loro collocazione sistematica in un diverso, specifico rapporto negoziale, quale ad esempio il rapporto di lavoro subordinato, il contratto di società o di associazione in partecipazione.

La legge non richiede, ai fini del riconoscimento dello status di impresa familiare, nessuna particolare formalità, anzi la giurisprudenza è orientata a sostenere che, nell’intento di riconoscere la sussistenza di “un’impresa familiare”, non sia necessaria la formalizzazione del rapporto mediante un preciso atto scritto, ma è sufficiente che tale rapporto si sostanzi nel regolare svolgimento di un’attività lavorativa e possegga i requisiti della continuità e coordinazione.

Per giurisprudenza costante, inoltre, non rileva, all’intento di voler escludere la sussistenza di fatto di un’impresa familiare, la presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative (circostanza, questa, spesso dichiarata dai familiari prestatori d’opera) poiché, quest’ultima, richiederebbe la prova della cosiddetta causa affectionis benevolentiae, che ex art.143 del codice civile, impone a ciascun coniuge (concetto, inoltre, raramente estensibile agli altri familiari) l’obbligo di contribuire, in relazione alle proprie sostanze ed alla propria capacità di lavoro professionale, ai bisogni della famiglia.

Sul punto è intervenuta la Cassazione civile con la sentenza n. 4651 del 16 luglio 1981, ribadendo che “la prestazione di lavoro nell’impresa familiare prevista dall’art. 230-bis cod. civ. – per il cui sorgere non è necessaria una manifestazione di volontà negoziale da parte dei soggetti interessati – può avvenire in regime di subordinazione o di collaborazione personale coordinata (senza vincolo di subordinazione), dando perciò luogo in entrambi i casi a rapporti le cui controversie sono assoggettate al rito del lavoro, ai sensi rispettivamente, della disposizione del n. 1 o del n. 3 dell’art. 409 cod. proc. civ.”

I soggetti che possono costituire, anche di fatto, un’impresa familiare sono:

§  il coniuge,

§  i parenti entro il 3° grado: figli - anche adottivi e genitori (1° grado), fratelli, sorelle, nipoti e nonni (2° grado), zii, bisnonni e bisnipoti (3° grado),

§  gli “affini” entro il 2° grado: suoceri, generi e nuore (1° grado), cognati (2° grado).

Una precisazione, a proposito dei coniugi, va fatta per il caso in cui la prestazione lavorativa venga esercitata dal convivente e, quindi, quando ci si trovi in presenza della cosiddetta famiglia di fatto.

La cassazione, in questo caso, ha escluso tassativamente la sussistenza dello status di impresa familiare, stabilendo che “..elemento saliente dell’impresa familiare è la famiglia legittima, individuata nei più stretti congiunti, e che un’equiparazione fra coniuge e convivente si pone in contrasto con la circostanza che il matrimonio determina a carico dei coniugi conseguenze perenni e ineludibili (quale il dovere di mantenimento o di alimenti al coniuge, che persiste anche dopo il divorzio), mentre la convivenza è una situazione di fatto caratterizzata dalla precarietà e dalla revocabilità unilaterale ad nutum.” (Cassazione, Sezione lavoro, sentenza n. 4204, 2 maggio 1994).

 

I cosiddetti collaboratori familiari non rientrano, salvo i casi in cui sussista uno specifico contratto od incarico, né fra i lavoratori subordinati, né fra le forme di lavoro atipico, ma costituiscono una particolare forma di fattiva partecipazione all’attività imprenditoriale che si estrinseca, sostanzialmente, nella continuità, nella coordinazione e nell’esplicazione prevalentemente personale dell’apporto prestato. In questo senso si è espressa, con la sentenza n. 6559 del 27 giugno 1990, la Cassazione civile che, volendo tracciare i limiti delle responsabilità del collaboratore familiare, ha sancito che “nell’ambito dell’istituto dell’impresa familiare di cui all’art. 230-bis, cod. civ., caratterizzato dall’assenza di un vincolo societario e dall’insussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra i familiari e la persona del capo (quale riconosciuto dai partecipanti in forza della sua anzianità e/o del suo maggiore apporto all’impresa stessa), vanno distinti un aspetto interno, costituito dal rapporto associativo del gruppo familiare quanto alla regolamentazione dei vantaggi economici di ciascun componente, e un aspetto esterno, nel quale ha rilevanza la figura del familiare-imprenditore, effettivo gestore dell’impresa, che assume in proprio i diritti e le obbligazioni nascenti dai rapporti con i terzi e risponde illimitatamente e solidalmente con i suoi beni personali, diversi da quelli comuni e indivisi dell’intero gruppo, anch’essi oggetto della generica garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 cod. civ.; ne consegue che il fallimento di detto imprenditore non si estende automaticamente al semplice partecipante all’impresa familiare”.

In materia prevenzionistica e, più precisamente per quanto attiene il settore edile, gli obblighi e le responsabilità dell’impresa familiare che opera nel settore dei cantieri temporanei o mobili, avviene mediante richiesta, ove non sussistano specifici altri rapporti negoziali quali quelli di lavoro di tipo subordinato, della piena applicazione delle sole disposizioni contenute all’art.21 ed all’art.96 del d.lgs. n.81/2008, ove vengono stabilite regole di natura “prescrittiva affiancate a disposti di natura “facoltativa”.

Le imprese familiari devono:

§  utilizzare attrezzature di lavoro conformemente alle disposizioni di legge;

§  munirsi di dispositivi di protezione individuale;

§  munirsi del tesserino di riconoscimento;

§  mantenere il cantiere in condizioni di sufficiente ordine e salubrità;

§  scegliere l'ubicazione dei posti di lavoro tenendo conto delle condizioni di accesso;

§  manutenere e controllare impianti e apparecchiature;

§  custodire, in aree definite e delimitate, i materiali, con particolare cura per i materiali pericolosi;

§  curare la cooperazione con gli altri datori di lavoro ed i lavoratori autonomi;

§  redigere, alla stregua delle altre imprese, il Piano Operativo di Sicurezza.

I componenti dell’impresa familiare hanno, invece, la facoltà di:

§  beneficiare della sorveglianza sanitaria secondo le previsioni di cui all’articolo 41, fermi restando gli obblighi previsti da norme speciali;

§  partecipare a corsi di formazione specifici in materia di salute e sicurezza sul lavoro, incentrati sui rischi propri delle attività svolte.

 

La tabella che segue riassume efficacemente gli adempimenti che il Testo Unico per la sicurezza sul lavoro ha previsto nei confronti dell’impresa familiare, sempre, però, che non sussistano precisi rapporti di lavoro subordinato:

 

ADEMPIMENTO

OBBLIGO

PRECETTO D.Lgs. n.81/08

Uso dei DPI

obbligatorio

Art.21

Tesserino di riconoscimento

obbligatorio

Art.21

Sorveglianza sanitaria

facoltativo

Art.21

Formazione

facoltativo

Art.21

Piano Operativo di Sicurezza

obbligatorio

Art.96

DVR aziendale

non previsto

-

Nomine RSPP, RLS

non previsto

-

Attrezzature di lavoro conformi

obbligatorio

Art.21

Cura del cantiere

obbligatorio

Art.96

 

 

Una doverosa precisazione va fatta per i casi in cui l’impresa familiare sia composta da padre e figlio, circostanza, peraltro, molto frequente nel settore dell’edilizia. La prassi e la giurisprudenza, in tali circostanze, ha spesso individuato, in capo ai due componenti l’impresa, una posizione di garanzia paritaria ed ha riservato ad entrambi il pieno obbligo di adottare le misure di sicurezza previste dalle norme.

Sul punto si è espressa in maniera emblematica la Corte di Cassazione Penale che, con la sentenza n. 18683 del 22 aprile 2004, ha disposto che “nell’ambito di un’impresa familiare, l’obbligo di adottare le misure necessarie alla tutela dell’integrità fisica dei lavoratori incombe su tutte le persone che hanno l’obbligo di fare rispettare la normativa antinfortunistica e, trovandosi i soci in una posizione tra loro paritaria, la responsabilità di un evento dannoso ricade su ciascuno di essi”. La sentenza si riferiva ad un infortunio originato dall’utilizzo di una scala non a norma da parte dei componenti, padre e figlio, di un’impresa familiare.

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