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IN-SICUREZZA: Omicidio colposo e lesioni personali colpose sul luogo di lavoro: condotta penalmente rilevante e interruzione del nesso causale - Gli obblighi del lavoratore.

22 February 17

 Merita di essere affrontata la questione della posizione del lavoratore, sotto lo specifico profilo della rilevanza del comportamento di questi nella verificazione dell’infortunio ai fini dell’addebito del fatto al datore di lavoro e/o agli altri contitolari della posizione di garanzia. Per inquadrare il tema occorre partire da due considerazioni di principio. La prima è quella in forza del quale anche il lavoratore, pur essendo il soggetto primariamente tutelato dalla normativa prevenzionale, è anch’egli titolare di una posizione di garanzia nella materia del lavoro. Si potrebbe dire che la posizione del lavoratore è una situazione bifronte: il lavoratore come soggetto destinatario di responsabilità e come soggetto destinatario di protezione. Importante, in proposito, è la disposizione che dettaglia in maniera ancora più puntuale rispetto alla previgente disciplina (cfr., in particolare, l’ articolo 6 del dpr n. 547 del 1955), gli obblighi comportamentali del lavoratore (articolo 20 del decreto legislativo n. 81 del 2008). Di rilievo, in particolare, è l’obbligo imposto dal comma 1 del citato articolo al lavoratore di prendersi cura non solo della propria salute e sicurezza, ma anche di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui possono ricadere gli effetti delle sue azioni od omissioni. Si tratta di un obbligo cautelare “specifico”, la cui violazione può integrare un addebito a titolo di “colpa specifica”, con gli effetti, in caso di danno alle persone, di cui agli articoli 589, comma 2, e 590, comma 3, c.p.. La seconda, secondo la quale, di norma, la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa dai comportamenti negligenti, trascurati, imperiti del lavoratore, che abbiano contribuito alla verificazione dell'infortunio.

Ciò in quanto al datore di lavoro è imposto (anche) di esigere il rispetto delle regole di cautela da parte del lavoratore: cosicchè il datore di lavoro è "garante" anche della correttezza dell'agire del lavoratore (cfr. articolo 18, comma 1, lettera f), del decreto legislativo n. 81 del 2008, che impone al datore di lavoro di richiedere l’osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti, nonché delle disposizioni aziendali in tema di sicurezza del lavoro e di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuali messi a loro disposizione). Appare anche opportuno segnalare che con il D.lgs. n.106/2009, è stato introdotto in aggiunta al citato art. 18, il comma 3 bis , il quale recita : “ Il datore di lavoro ed i dirigenti sono tenuti a vigilare in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 19, 20, 22, 23, 24 e 25, ferma restando l’esclusiva responsabilità dei soggetti obbligati ai sensi dei medesimi articoli (preposti, lavoratori, progettisti, fabbricanti e fornitori, installatori e medico competente) qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza del datore di lavoro e dei dirigenti ” E’ evidente che tale norma cristallizza, con apposita previsione normativa, l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro e del dirigente sull’adempimento degli obblighi previsti a carico di lavoratori, preposti, progettisti, fabbricanti, fornitori, installatori, medici competenti, come peraltro già ritenuto dalla giurisprudenza consolidata; la violazione di tale obbligo di vigilanza è stata autonomamente sanzionata ai sensi del successivo art. 55 del D.lgs. n.81/2008, a seguito delle modifiche introdotte con il decreto legislativo n. 106 del 2009. E’ evidente che la norma non fornisce indicazioni puntuali sulla misura del dovere di vigilanza imposto ai soggetti individuati, compito che inevitabilmente è rimesso ai giudici. Soprattutto negli ultimi anni si può cogliere nella giurisprudenza di legittimità, che poi verrà indicata, l’evidente preoccupazione di trovare il giusto punto di equilibrio tra esigenze di prevenzione, a tutela dei beni primari della vita e della salute dei lavoratori, ed i principi costituzionali che impongono una responsabilità penale sorretta dalla colpevolezza, intesa anche quale rimproverabilità soggettiva.

In questo senso, al di là delle nette affermazioni di principio contenute in alcune sentenze secondo le quali il datore di lavoro, quale diretto responsabile della sicurezza del lavoro, deve operare un controllo continuo e pressante, sino alla pedanteria, per imporre che i lavoratori rispettino la normativa prevenzionale ( v. in tal senso la sentenza Sezione IV, 8 ottobre 2008, Proc. Gen. Venezia in proc. Da Tio, laddove si precisa che il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza deve operare un controllo costante e pressante, diretto o per interposta persona, per imporre che i lavoratori rispettino la normativa e sfuggano alla tentazione, sempre presente, di sottrarvisi, anche instaurando prassi di lavoro non corrette), va sottolineato che, in realtà, in molti casi, la violazione che viene imputata al datore di lavoro non è l’astratta violazione dell’obbligo di vigilare tout court, ma è la contestazione di aver consentito l’instaurarsi di una prassi di lavoro all’insegna del lassismo o comunque della scarsa vigilanza sull’osservanza delle norme antinfortunistiche da parte dei lavoratori; in sostanza, un livello di disattenzione diffuso e protratto nel tempo, che viene di regola tollerato ( se non a volte invogliato) per esigenze di contenimento dei tempi di lavoro. In sostanza, la colpa del datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l'evento dannoso è imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex lege è onerato, sulla base del principio dell'equivalenza delle cause vigente nel sistema penale (articolo 41, comma 1, c.p.). In altri termini, in linea di principio, visto da un’altra prospettiva, la condotta colposa del lavoratore infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola sufficiente a produrre l'evento (art. 41, comma 2, c.p.) quando sia comunque riconducibile all'area di rischio proprio della lavorazione svolta. In altre parole «il lavoratore deve essere protetto anche da sé stesso». Come è stato sottolineato dalla dottrina «le finalità cautelari delle norme infortunistiche hanno ampliato il proprio spettro a coprire non soltanto i rischi direttamente discendenti dai processi di produzione, ma anche qualunque comportamento colposo dei lavoratori, foriero di pericoli per gli altri e per se stessi. É comunque escluso che il datore vada esente da colpa in presenza di una mera distrazione del lavoratore, atteso che la distrazione non connota di abnormità il comportamento assunto, essendo essa facilmente prevedibile dal datore di lavoro tenuto a fare il possibile per proteggere il lavoratore anche dalla sua stessa imprudenza.

 

F.to Patrizia Piccialli Consigliere della IV Sezione penale della Corte di Cassazione

Fonte: www.procuratrento.it

 

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